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GIOSUE' CARDUCCI

un rustico retore

Valdicastello 1835 - 1907 Bologna


bibliografia: Letteratura Italiana -I Maggiori, Vol II, p. 1161, ed. Marzorati
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sintesi

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note biografiche

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le sue fonti, i suoi maestri

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il suo pensiero politico

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opere

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temperamento

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due amori fra i tanti

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pregi

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limiti

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avrebbero detto di lui

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hanno detto di lui

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le sue frasi celebri

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i suoi versi più amati

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i miei testi preferiti

 
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sintesi: un uomo di lettere del secondo Ottocento italiano; ha avuto più un'importanza storica che poetica, in quanto ha contribuito a diffondere gli ideali e i miti patriottici e letterari, ma senza raggiungere un alto valore nell'ispirazione e nell'espressione poetica. (inferiore quindi a Foscolo o Leopardi o al suo alunno Pascoli, vero innovatore nei temi e negli stili)

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note biografiche:
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suo padre esercita la professione di medico a Valdicastello in Versilia, un uomo impulsivo e di sentimenti liberali, che inutilmente cerca di fargli amare Manzoni e sarà il suo primo maestro di latino

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Giosuè trascorre un'infanzia libera e rude tra le campagne selvagge, mentre si avvia ai primi studi

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a 14 anni è mandato alle Scuole Pie dei Padri Scolopi, dove si fa notare per l'ingegno e per la preparazione non comune alla sua età

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Ancora giovinetto prende a frequentare la casa del sarto Menicucci, che, vivamente interessato per le lettere, segue i progressi del giovane. Giosuè si innamora di Elvira sua figlia e si fidanza con lei.

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1853: vince un Concorso per entrare alla Scuola Normale Superiore di Pisa dove resta a studiare per tre anni fra studi accaniti e allegre baldorie

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fonda il gruppo degli Amici Pedanti (= amanti dei classici) con Chiarini, Gargani e Targioni-Tozzetti

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vince un concorso e si trasferisce a San Miniato al Tedesco, come insegnante di retorica nelle Scuole Superiori, con uno stipendio di 77 lire al mese: è il periodo spensierato ed allegro della sua vita. Una storiella d'amore rischierebbe di rovinare il suo fidanzamento con Elvira, ma papà Menicucci interviene prontamente per salvare l'onore della figlia. (Prima di trasferirsi deve vendere un libro di Rime per pagare i numerosi debiti).

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Tornato a Firenze vive di lezioni private ed inizia la collaborazione con l'editore Le Monnier.

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Due disgrazie: la morte del fratello Dante, suicida, e poco dopo la morte del padre. Come capofamiglia deve provvedere al mantenimento della madre e degli altri due fratelli. A Firenze vivono in una soffitta

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Vorrebbe partire con i volontari di Garibaldi ma non può lasciare la famiglia senza sostegno

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1859: sposa Elvira, donna operosa ed energica

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a Pistoia, professore di greco al Liceo

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1860: a Bologna, docente di eloquenza all'Università di Bologna, la più antica d'Italia: il suo modo di fare piuttosto scontroso e il suo aspetto trasandato suscitano meraviglia fra i colleghi; basta però la sua prolusione per convincere tutti della sua solida cultura e del suo ingegno 

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1870: muore la madre, unica ad avere il potere di frenare le sue irrequietezze e i suoi impulsi violenti - muore il figlioletto Dante di tre anni

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1906: Premio Nobel per la Letteratura

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le sue fonti, i suoi maestri:
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i classici: Virgilio, Orazio, Ovidio

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i grandi italiani: Alfieri, Parini, Monti, Foscolo, Leopardi

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gli stranieri: Heine, Hugo, Berchet, Michelet

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il suo pensiero politico:
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primo periodo: un fiero repubblicano, avversario della monarchia, laico perché contro il potere della Chiesa e a favore di Roma capitale, rivoluzionario, ribelle, sostenitore di Garibaldi - esprime anche violentemente le sue idee (Giambi ed Epodi, Inno a Satana) - ospita ricercati politici - aduna segretamente un gruppo di dissidenti - subisce perquisizioni dopo le sue critiche all'episodio dell'Aspromonte (1862: Garibaldi ferito dai piemontesi mentre risaliva l'Italia per liberare Roma) e i fatti di Mentana (1867: tentativo di Garibaldi di liberare Roma, fermato dai Francesi)  è guardato con diffidenza, vigilato dalla autorità di polizia - indagato, subisce la sospensione dello stipendio universitario per due mesi e mezzo - invitato a trasferirsi a Napoli per allontanarlo dal suo gruppo sovversivo( lui non accetta)

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1878: incontro con la Regina Margherita, in viaggio col marito Umberto I nelle terre del regno appena assunto - subisce il fascino di questa donna e scrive una lode alla sua bellezza e alla sua grazia - da questo momento appoggia la politica legalitaria del governo, meritevole di aver dato unità ed indipendenza all'Italia - per il suo intransigente e violento appoggio a Crispi subisce attacchi duri e polemiche da parte dei socialisti che invadono la sua aula al grido di "abbasso!"

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opere:
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1850-60: Iuvenilia: celebra i fasti della patria, le grandi figure e le grandi memorie della sua gente - vuole operare una restaurazione classicistica, un ritorno all'ordine animato da un amore diligente  per i classici, contro le facili commozioni tardo-romantiche del Prati e dell'Aleardi, i poeti più amati del tempo - è un'opera che assomiglia ad un'esercitazione scolastica, con scarso valore poetico - rivela già la sua vena  polemica acre, beffarda, amara contro la meschinità del "secoletto vil che cristianeggia"

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1861-71: Levia Gravia: toni tristi ed amari nei primi anni difficili del Regno
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Congedo

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Inno a Satana, simbolo del progresso contro l'oscurantismo clericale ed ottuso

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1867-79: Giambi ed Epodi (forme metriche usate nella poesia satirica latina): sdegno e ribellione contro la corruzione e la vigliaccheria di certi ambienti mondani, contro un'Italia imbelle e quindi indegna di coloro che eroicamente si erano offerti in olocausto per renderla una grande e libera nazione - la constatazione dell'opaca meschinità del presente fa scattare il ricordo di altre epoche storiche animate da alti ideali e capaci di gesta eroiche
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Per il quinto anniversario della battaglia di Mentana

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1876: Canzone di Legnano: Il Parlamento: rievocata con spirito epico la figura luminosa di Alberto da Giussano, eroe possente e buono

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1861-87: Rime Nuove: dominano gli atteggiamenti contemplativi e nostalgici, intimi e privati
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Il bove, Pianto antico, S. Martino, Nostalgia, Traversando la maremma toscana, Davanti San Guido, Idillio maremmano, Funere mersit acerbo, Mattinata, Il comune rustico

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1877-89: Odi Barbare: 1) la nostalgia per la storia passata (Roma repubblicana, i Comuni, la Rivoluzione francese) fa di lui il poeta-vate, il maestro e poeta nazionale interprete del senso di frustrazione e di disinganno di fronte alle difficoltà del nuovo stato unitario così deludente - 2) la nostalgia per la giovinezza passata, per la libera e naturale vita maremmana, per la dimensione solare del vivere di quei tempi in contrapposizione col grigiore che è toccato poi al poeta
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Alla stazione in una mattina d'autunno, Nella piazza di San Petronio, Nevicata

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1899: Rime e Ritmi: i toni altisonanti del poeta ufficiale (quello meno poetico ma anche quello che lo consacra come maggior poeta dell'epoca)
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Piemonte, Cadore, Chiesa di Polenta, Mezzogiorno alpino

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temperamento:
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passionale, scontroso, ribelle, burbero, esuberante, impulsivo, rude, sdegnoso, semplice, restio all'esibizionismo (caccia dalla sua aula gentili signore curiose e perfino deputati del regno), pronto all'invettiva e all'insulto, un massone senza troppi pudori, spesso anche malvestito

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ma anche umano e contemplativo, specie quando risente in se stesso l'inesorabile scorrere della vita e del tempo

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due amori fra i tanti:
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Carolina Cristofori Piva (=Lina, Lidia nelle Odi Barbare): lei ha 26 anni quando si conoscono, è colta e avvenente, si ameranno dal 1870 al 1881 quando lei muore consunta dalla malattia

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Annie Vivanti: (nelle Rime e Ritmi): 22 anni, bella e vivace, l'ultimo fuoco

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pregi:
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un grande studioso, tenace e assiduo negli studi, coltissimo e di profonda preparazione, uomo d'ingegno

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migliore con il passare del tempo: vicino alla vecchiaia si stemperano e si placano i suoi furori, e trova una vena più autentica e vera, finalmente poetica nel senso autentico del termine.

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limiti:
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un artefice, non un poeta: vibrante, risuonante, ma non profondo, abile nell'uso degli strumenti linguistici ma povero di contenuti originali

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un pittore dalla tavolozza ricca di colori e di toni, ma piuttosto ripetitivo e convenzionale, non sempre ricco di ispirazione autentica

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piuttosto freddo e convenzionale nell'ispirazione, anche quando vorrebbe essere intimo e profondo, nel dolore degli abbandoni e delle morti

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troppo fedele ai modelli cui si ispira, con risonanze troppo evidenti

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poco persuasivo nell'esprimere affetti intimi e familiari, spesso artificiale, senza intima e commossa partecipazione - non è un poeta di sentimenti: l'amore, la famiglia non sono i suoi temi prediletti e nei quali lui eccella. E' il poeta della storia, dell'amor di patria: più Orazio che Ovidio.

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avrebbero detto di lui (forse)
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Leopardi: un rustico molto colto

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Manzoni: un miscredente

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Cavour: uno sbuffante locomotore 

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Garibaldi: un giacobino voltafaccia

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A. Sordi: un borghese piccolo piccolo

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Umberto Bossi: il primo membro della nostra Lega, simpatizzante come noi di Alberto da Giussano

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Beppe Bigazzi: un toscano d.o.c.

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hanno detto di lui:
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pro: Benedetto Croce, Attilio Momigliano, Francesco Flora: Il poeta "sano" (=antiromantico) della storia italiana

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Giovanni Getto: un poeta intimo dal tocco lieve

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Walter Binni: il senso della vita e il senso della morte

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contro: Enrico Thovez: un impressionista, un macchiaiolo

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Mario Praz: il nostalgico dei classici

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Luigi Russo: un poeta funebre

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G.Barberi Squarotti: un borghese

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A. Piromalli: il poeta ufficiale dell'Italia umbertina

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Natalino Sapegno: un poeta minore
"si tratta per lo più di una sonora musica fatta di rulli di tamburo e di squilli di tromba, nobilissima testimonianza di un'anima risorgimentale, qua e là sparsa di poetici slanci, ma che con la poesia vera  e propria, con il suo musicale incanto ha ben poco a spartire.Alcuni sonetti hanno commosso e possono ancora commuovere tanti spiriti, , eppure non superano la commozione, appunto, che può infondere una musica militare, l'emozione epidermica della fanfara che passa per strada o della banda che suona in piazza".

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le sue frasi celebri:
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(sono) lo scudiero dei classici 

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(sono contro il) mollichiccio e tenerume (del Romanticismo) più degno invero di un popolo di eunuchi che non di robusti e dignitosi italiani

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Oh non per questo dal fatal di Quarto / Lido il naviglio de i mille salpò" (contro la deludente Italia post-unitaria)

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"E' inutile che gridiate abbasso, la natura mi ha posto in alto" (a chi invade la sua aula per protestare contro il suo appoggio a Crispi)

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"La divinità di Cristo non ammetto, m'inchino al gran martire umano"."Né preci di cardinali,né comizi di popolo. Io sono qual fui nel 1867 e tale aspetto, immutato e perturbato, la grande ora" (le sue smentite ad una sua presunta tardiva conversione)

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i suoi versi più amati (da me):
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Il poeta, o vulgo sciocco, un pitocco non è già (Congedo)

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Erra fra i vostri rami il pensier mio, sognando l'ombre d'un tempo che fu (Il comune rustico)

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Gira su' ceppi accesi lo spiedo scoppiettando (San Martino)

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tu de l'inutil vita estremo unico fior (Pianto antico)

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Meglio era sposar te, bionda Maria! (Idillio maremmano)

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io credo che solo, che eterno, che per tutto nel mondo è novembre (Alla stazione)

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Dolce paese, onde portai conforme l'abito fiero e lo sdegnoso canto...Oh, quel che amai, quel che sognai fu in vano ; e sempre corsi e mai non giunsi il fine (Traversando la maremma toscana)

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Ansimando fuggia la vaporiera mentr'io così piangeva entro il mio cuore (Davanti San Guido)

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un desiderio vano de la bellezza antica (Nella piazza di San Petronio)

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tu càlmati, indomito cuore (Nevicata)

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i miei testi preferiti:

TRAVERSANDO LA MAREMMA TOSCANA

   Dolce paese, onde portai conforme
l'abito fiero e lo sdegnoso canto
e il petto ov'odio e amor mai non s'addorme,
pur ti riveggio, e il cuor mi balza in tanto.
   Ben riconosco in te le usate forme
con gli occhi incerti fra il sorriso e il pianto, 
e in quelle seguo de' miei sogni l'orme
erranti dietro il giovenile incanto.
   Oh, quel che amai, quel che sognai, fu in vano;
e sempre corsi e ami non giunsi il fine;
e dimani cadrò. Ma di lontano
   pace dicono al cuor le tue colline
con le nebbie sfumanti e il verde piano
ridente ne le piogge mattutine.

 

FUNERE MERSIT ACERBO

O tu che dormi là su la fiorita
Collina tosca, e ti sta il padre a canto;
Non hai tra l'erbe del sepolcro udita
Pur ora una gentil voce di pianto?

E' il fanciulletto mio, che a la romita
Tua porta batte: ei che nel grande e santo
Nome te rinnovava, anch'ei la vita
Fugge, o fratel, che a te fu amara tanto.

Ahi no! giocava per le pinte aiuole,
E arriso pur di vision leggiadre
L'ombra avvolse, ed a le fredde e sole

Vostre rive lo spinse. Oh, giù ne l'adre
Sedi accoglilo tu, ché al dolce sole
Ei volge il capo ed a chiamar la madre.

commento:

Questo sonetto è stato scritto per la morte del figlioletto Dante, ma il destinatario è il fratello del poeta, morto suicida tredici anni prima: lo invita infatti ad accogliere, assieme al loro padre sepolto accanto a lui, le spoglie del bimbo, che lui immagina impaurito e sperduto nel regno dei morti. Sembra affidargli il compito di proteggerlo e di confortarlo, sostituendosi non tanto al poeta stesso quanto alla figura materna, di cui certo il piccolo sentirà maggiormente la mancanza, ricreando un'oasi di intimità familiare. 
L'immagine più forte della poesia è forse quella del piccolo Dante che batte, per essere accolto, alla tomba solitaria dello zio. Due esseri molto diversi stanno per incontrarsi: uno fuggito volontariamente da una vita disperata e dissipata, l'altro strappato ingiustamente ai giochi sereni dell'infanzia. L'affetto che il poeta chiede al fratello è per uno un grande riscatto, per l'atro una piccola consolazione. 
Sembra forse assurdo chiedere un così grande atto d'amore ad uno che in vita non ha saputo "badare a se stesso". Qui forse il poeta è mosso, più che dalla fede, dai ricordi letterari: lo stesso titolo riecheggia l'emistichio virgiliano tratto dall'Eneide in cui Enea ascolta nel Tartaro il lamento dei fanciulli che la notte "travolse con morte prematura". Inoltre rivive il dolore foscoliano per la morte del fratello Giovanni. 
In questa situazione commovente, il richiamo alla classicità sembra stridere un po': le "rive solitarie e fredde del regno dei morti", "la dolce bellezza della vita", sono una sovrapposizione un po' troppo razionale di un sentimento profondo, che cercherebbe toni più istintivi e inediti. 
Resta comunque forte il messaggio di rimpianto e di solitudine che il poeta manda con questi versi, che nel tema si accompagnano a "Pianto antico", dove però gli echi letterari sono più discreti.

 

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 per ulteriori informazioni sull'autore e il testo delle opere:
http://www.liberliber.it