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GIUSEPPE PARINI

 Bosisio 1729 – 1799 Milano

bulletbiografia
bulletil pensiero: pro e contro l'Illuminismo
bulletopere
bulletCommento critico a "Il risveglio del giovin signore"

BIOGRAFIA

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una prozia milanese gli lascia una piccola rendita a condizione che diventi sacerdote, così, pur senza la vocazione ecclesiastica, diventa sacerdote

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le sue prime poesie (Alcune poesie di Ripano Euilino) lo fanno conoscere negli ambienti letterari e lo fanno entrare nell’Accademia dei Trasformati[1], uno dei centri più importanti della cultura milanese, in cui si raccoglieva la nobiltà illuministica moderata, alla ricerca di una conciliazione fra la cultura moderna e la tradizione classica.

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1754: entra al servizio del Duca Serbelloni come precettore dei figli: il mondo dell’aristocrazia milanese visto dall’interno gli procura fastidio e risentimento per la sua superbia. Abbandonerà questo servizio in seguito ad un litigio con la duchessa per aver preso le difese della figlia del maestro di musica, maltrattata ingiustamente.

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1762: diventa precettore di Carlo Imbonati per sei anni

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Pubblica due poemetti satirici: Il mattino (1763) e Il Mezzogiorno (1765) che gli guadagnano la simpatia del governo austriaco di Milano sotto Maria Teresa, favorevole a ribaltare gli antichi privilegi feudali.

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Ottiene così parecchi incarichi di prestigio: la direzione della “Gazzetta di Milano” e poi la cattedra di Lettere nella Scuola Pubblica, la collaborazione con l’Accademia di Belle Arti per la scenografia di testi teatrali, la partecipazione a commissioni per le riforme scolastiche, fino ad essere nominato sovrintendente delle scuole di Brera.

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Deluso però dalle riforme autoritarie di Giuseppe II, successore di Maria Teresa d’Austria, si ritira a vita privata.

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Considera con favore la Rivoluzione Francese e partecipa ad una commissione per l’istruzione pubblica, ma se ne allontana quando capisce la vera natura autoritaria del Terrore francese.

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Finisce i suoi giorni nell’isolamento, anche dopo il ritorno degli Austriaci alla caduta di Napoleone.

IL PENSIERO: pro e contro l'Illuminismo 

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Crede nel progresso portato dalla Ragione, quindi si impegna costantemente in una battaglia civile contro aberrazioni e ingiustizie e cerca di diffondere idee nuove che migliorino la vita sociale e portino alla “pubblica felicità”

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Critica la nobiltà passiva e parassita, oziosa e viziosa. Dice del giovin signore: “colui che da tutti servito a nullo serve”. Sottolinea la differenza fra la nobiltà di un tempo, che difendeva la patria e amministrava il bene comune, migliorava le colture e si dedicava agli studi. Oggi ha abbandonato le utili attività di un tempo e necessita quindi di una rieducazione per riprendere il ruolo sociale che le compete. Non è ostile alla nobiltà in sé e non ne vuole l’eliminazione: crede nella forza dell’educazione che deve formare un uomo nuovo, ispirare una nuova mentalità e nuovi comportamenti.

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Considera il letterato non come un cortigiano adulatore asservito ai potenti per sfruttarne i favori, ma depositario dei valori civili e morali più alti, maestro e guida dei suoi concittadini.

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Crede nella forza della religione, sia come freno alle passioni umane, sia come base per un’ordinata convivenza civile. E’ vicino al deismo illuminista, ma non alle sue teorie libertarie

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Crede nell’uguaglianza originaria di tutti gli uomini, che dà a tutti la stessa dignità

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Crede nella solidarietà  e nell’impegno per alleviare le sofferenze altrui come dovere fondamentale per ciascuno, con un atteggiamento filantropico e paternalistico.

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Non condivide il cosmopolitismo[2] illuminista

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Non condivide l’apertura alle novità linguistiche, ma resta fedele alla lingua classica dei modelli antichi

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Non condivide l’idea che il commercio e l’industria portino benessere, ma, secondo il pensiero fisiocratico[3], apprezza l’agricoltura come origine della ricchezza delle nazioni, e come modella di vita sana a contatto con la natura. Ha una visione idilliaca della campagna come sede di vita quieta e serena, in perfetta armonia con la natura e con sé stessi.

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Critica della città l’ambiente malsano e corrotto, sia in senso spirituale che ecologico: le marcite danno cattivo odore, il letame fermenta liberamente, la gente getta acqua putrida per le strade.

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Approva gli esperimenti medici sul vaccino contro il vaiolo ed esalta in genere la scienza moderna, contro ogni forma di pregiudizio e di oscurantismo.

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Condivide con Cesare Beccaria[4] il pensiero contro la pena di morte dato che la maggior parte dei delitti sono causati dalla miseria e dal bisogno, quindi si deve lottare contro la povertà per prevenire il male, piuttosto che limitarsi a punire i colpevoli.

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E’ contrario alla barbara abitudine di evirare i giovani cantori per mantenere loro le voci di soprano, idolatrati come divi, ma in fondo vittima del capriccioso egoismo dei potenti.

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Parini è un moderato riformatore: si propone di rinnovare gradatamente senza distruggere, sia in campo sociale che letterario.

OPERE

Il Giorno:

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Si articola in tre parti: il Mattino, il Mezzogiorno, e la Sera divisa in Vespero e Notte

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È un poema in endecasillabi sciolti

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Vuole rappresentare satiricamente la nobiltà del tempo

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Descrive la giornata del “giovin signore” della nobiltà milanese

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L’autore, suo precettore, vuole insegnargli come riempire piacevolmente i vari momenti della giornata, vincendo la noia che lo affligge

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Osserva la sua realtà al microscopio, in un tempo limitato (fra il risveglio e il tramonto) e in uno spazio chiuso (la stanza, la sala da pranzo, la carrozza)

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Il tono è ironico, cioè finge di approvare e condividere quello che in realtà vuole criticare aspramente:

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usa termini iperbolici per celebrare il vuoto dell’aristocrazia

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paragona i nobili a semidei quando compiono i gesti più banali, come sbadigliare o bere una tazzina di caffè

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all’ozio frivolo dei nobili contrappone l’operosità dei contadini e degli artigiani, che si dedicano ad attività utili alla loro famiglia e a tutta la comunità

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i plebei sono travolti dalle ruote della carrozza lanciata a folle corsa

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il servo è licenziato per aver dato un calcio alla cagnetta che l’aveva morso e dovrà chiedere l’elemosina

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i mendicanti affamati si accalcano intorno al palazzo patrizio per annusare almeno l’odore dei cibi

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la nobiltà si preoccupa solo della sua vita futile ed oziosa, ed ignora i drammi del mondo vero, attivo ed operoso ma maltrattato ingiustamente.
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Il Mattino: il nobile si sveglia a tarda mattina dopo una notte di bagordi, e, dopo una toeletta lunga e laboriosa (non pulito ma bello), si reca a trovare la sua dama come ogni cavalier servente[5]

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Il Mezzogiorno: a pranzo dalla dama con una folla di persone nobili ma volgari e in tintinnio di oggetti preziosi

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Il Vespero: la passeggiata sul corso, luogo di pettegolezzi ed unica concessione ad uno spazio aperto

bulletLa Notte: la visita ad amici malati, occasione per criticare e non per confortare.

Commento critico a "Il risveglio del giovin signore"

L’ironia è la nota dominante del brano.

Il Parini, con i suoi soliti toni bonari e quasi accondiscendenti, accetta il compito di “spiegare” al suo giovane discepolo, come avviene il risveglio di un uomo del volgo. Questo perché è evidente che lui non ne sa niente: non si è mai avvicinato ad uno di loro, ma probabilmente non ha mai speso un attimo della sua inutile vita a soffermarsi su realtà di lavoro e di fatica, su qualcosa che non fosse il pensiero di … come far passare il tempo.

Un’ironia compassionevole piuttosto che amara, perché proprio da questa chiusura nel suo microcosmo, nascono i “mali” del giovin signore: la sua noia, la sua insoddisfazione, in fondo la sua inutilità. A lui, scontento persino della nuova e gustosa cioccolata, capace solo di disturbare il sonno altrui col fragore del suo carro, per il quale mangiare è uno “studio”,  basterebbe una boccata di aria vera, una goccia di sudore vero, un affanno non fittizio o di retorica ostentazione di sé, per far crollare il suo castello di carte, che in realtà è una prigione.

Incantevole il ruolo del gallo: se il suo canto gli chiede gli occhi nel momento in cui li apre a tutti gli altri onesti lavoratori, è proprio perché la sua vita è al contrario!

Lo apostrofa in verità come “semidio terreno”, chiama il dio Sonno per sprimacciargli (stupendo) il cuscino con le sue stesse mani e tiene ben lontano Morfeo che non turbi il suo “meritato” riposo, è circondato da servi servizievoli al massimo. Ironia efficacissima, questa, di scomodare pomposamente gli dei per un giovane purtroppo così distante dall'Olimpo.

Ma, ahimè, arriva per tutti il momento di confrontarsi con la nuda realtà: il nuovo giorno è già cominciato da un po’ e molte incombenze lo aspettano…

Allora il Precettore, super-paziente come i “valletti gentili”, gli insegna … come si fa a svegliarsi. 

La scena prende il ritmo largo dell’analisi: sembra una sequenza girata al rallentatore, ed invece è proprio il modo nobile, lento fino all'esasperazione, di affrontare l’immane fatica di... tirarsi su dal letto… Quello che facciamo tutti in un baleno, magari già pensando al lavoro che ci aspetta o alle persone che hanno bisogno di noi, per lui è un’impresa titanica.

A noi verrebbe da chiamarlo, se non proprio inetto e rammollito, almeno pigro e viziatello!

Invece il Parini sembra essere accondiscendente al massimo, mettendosi dalla sua parte nel giudicare la realtà: esoso il sarto che esige di essere pagato, il maestro di ballo che si avvicina impudente al suo letto, il maestro di francese che tiranneggia la lingua italiana con l’ineffabile armonia della sua lingua.

Ironia e mai satira, perché questo vanesio fannullone dovrà reggere le sorti del mondo futuro. Questo si augura in cuor suo il Parini, che è un riformatore moderato e mai un rivoluzionario. Nostalgico dei grandi valori incarnati dalla nobiltà e mai detrattore anarchico di una classe sociale in declino. Perché, è ovvio, questo giovin signore non è “una perla rara” per quell’epoca. E’ semmai uno stereotipo, in quel mondo popolato da troppi cavalier serventi e troppe sciocche damine.

Ironia che riecheggia nel ritmo leggero dell’endecasillabo, cadenzato ancora meglio dalla frequenza della sinalefe, la più simpatica delle figure metriche.

 


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[1] Uno dei centri più vivi della cultura milanese, ispirato ad un moderato riformismo in campo letterario, a differenza della “Società dei Pugni” più radicale ed estremista.

[2] Cosmopolita = cittadino del mondo, senza una patria precisa perché tutto il mondo è la sua patria.

[3] I fisiocratici, (il potere della natura) che hanno come rappresentanti principali i francesi Quesnay e Turgot, ritengono che solo l’agricoltura è fonte di ricchezza perché la natura, provvidenziale e benefica, dà all’uomo, come un dono, molto più di quello che lui impiega per produrre dei bei. L’industria invece si limita ad uno scambio di beni.

[4] Autore di “Dei diritti e delle pene” contro la tortura e la pena di morte

[5] è il diffuso fenomeno del cicisbeismo: il cicisbeo ha il diritto riconosciuto pubblicamente di accompagnare la dama al posto del marito, che fa la stessa cosa con un’altra donna. In pratica è un adulterio socialmente legittimato

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 per ulteriori informazioni sull'autore e il testo delle opere:
http://www.liberliber.it