Petrarca
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DANTE O PETRARCA: 

così vicini, così lontani...

Sì, vicini nella storia e nelle pagine dei libri . Eppure sono così lontani e diversi: nel modo di essere, prima ancora che nel modo di scrivere.

E' nota la definizione solita: uno è la fine del Medioevo e l'altro è l'inizio dell'Umanesimo. Uno tutto cielo, l'altro proiettato verso la terra. Infatti, come dicono Gisella e Marina, Dante, grazie all'apparizione miracolosa ed ineffabile di Beatrice, vola verso la purezza angelica, mentre Petrarca si è lasciato ammaliare dal bel velo di Laura e dalle sue trecce bionde e rimane sulla terra. E Nadia conclude che se il primo è assetato della Grazia, il secondo è ammaliato dal peccato, non diversamente dai cantori dell'amor cortese.

Con San Francesco, come ricorda Paola,  la creatura  cantava in "perfetta letizia" le lodi del creato e per mezzo del creato. Con Dante assurge fino a "guardare negli occhi" il Creatore in un'estasi di felicità perenne. Invece Petrarca trasforma la terra in un illusorio e transitorio paradiso terrestre, ed è destinato così ad una "perenne infelicità borghese".

La morte per il primo sarà una porta che si spalanca verso la candida rosa dove contemplerà Dio per l'eternità; per il secondo è la scusa estrema perché la donna amata pianga un po' per lui.

Entrambi certo anelano alla  santità, ma uno la persegue a caro prezzo con coerenza e dignità, l'altro la desidera come ha desiderato la corona d'alloro: una perfezione più mondana ed esteriore che sincera ed interiore, quasi un lusso che solo i vecchi si possono permettere (difatti non sa sacrificarle niente e alla fine ci rinuncia). 

Non mi piace Petrarca, perché talvolta è presuntuoso e falso:  mi sembra che tratti le cose del cielo come fossero suppellettili preziose di cui circondarsi per sentirsi al top nella scala sociale: senza accorgersi  che così diventano "perle date ai porci". Vuole gli onori e gli amori, ma vorrebbe anche la santità, in un perenne dissidio alla Battisti: "io vorrei, non vorrei". O come quel tale che voleva la botte piena e la moglie ubriaca.

Dante invece racconta nel suo viaggio ultraterreno nient'altro che quello che ha cercato davvero nella vita, maltrattato ed affamato, tradito e solitario, ma fiero nella sua povertà e sempre ricco della sua dignità. 

Pur trattandosi sempre di arte, come dice Katiuscha, cioè di esperienze letterarie e non tanto storicamente attendibili, è più trasparente Dante nella sua Comedia di quanto non sia Petrarca nelle sue Episole.

 

D'altra parte non posso negare che Petrarca solletica la mia anima romantica e canta alla perfezione il desiderio, mio e di tutti, di essere amati. Forse anche riveriti ed ammirati. Ricercati e desiderati, come se la nostra sola presenza e la fama dei nostri meriti, illuminassero i conviti di menti eccelse. Ma alla fine mi stanca questa sua costante e persecutoria attenzione verso se stesso: come una damigella che si guarda continuamente allo specchio per vedere il capello storto o la prima ruga. Per studiare le mosse più efficaci per arricchire il copione del suo personaggio. Per controllare che non sia sparita quell'ombra di una vaga malinconia, esca così efficace per essere sempre al centro del microcosmo in cui si muove con civettuola e narcisistica leggiadria.

Fatta questa premessa, (in teoria sarei amica di Dante, ma forse in realtà sono sorella di Petrarca) posso tentare di analizzare, diffidente già io con me stessa, le parole dell'uno e dell'altro, per vedere onestamente a chi dei due  assomiglio di più.

 Sarebbe interessante poterlo fare insieme ad altri.

una carrellata di autori in Power Point

la tabella cronologica degli autori

 per ulteriori informazioni sull'autore e il testo delle opere:
http://www.liberliber.it