Verga
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Verga contro Verga

Non tutto Verga è Verga, cioè non tutto quello che ha scritto rispetta la poetica verista dell'impersonalità.

Basta leggere le sue prime opere. "Storia di una capinera" ad esempio è tutta costruita sui patetici, e alla fine strazianti, lamenti di una giovane, orfana di madre, che la famiglia costringe a farsi monaca (ma allora non s'è perso il vizio...) e che morirà d'amore fra incubi terribili e rimorsi sottili: "Ahimé...Potrò?...Perché?...Verrà?...No!...Sì!...No!...Pietà...ADDIO!

Se aprissimo il volume distrattamente ci chiederemmo chi è questo autore tutto sospiri e lacrime, proprio da femminucce, versione maschile della romantica Liala, se non addirittura imparentato con gli sceneggiatori di Beautiful...Sembra davvero impossibile che sia lo stesso padre di Rosso Malpelo o della Lupa!

Poi, studiando il percorso di Verga, che è geografico e letterario insieme, intuiamo che in questo suo primo avvicinarsi timidamente all'arte dello scrivere, abbia voluto accontentare il tardo-romanticismo allora imperante. Il bello era che tutto questo sospirare piaceva alle e ai lettori dell'epoca, pochi e di bocca buona evidentemente.

Il punto di svolta, lo sappiamo, è proprio il 1878, anno di nascita di Rosso, un maschiaccio odiatissimo (dai suoi compaesani) e amatissimo (da tutti noi). Una coraggiosa virata, un poderoso dietro-front, una distorsione della bussola, o meglio una conversione, un ritorno a casa.
Prima l'autore salottiero blandisce il gusto passional-erotico e racconta storie pruriginose per le nobili ed annoiate donzelle in cerca di forti emozioni "virtuali".
Poi la scena viene invasa prepotentemente da un grande mostro. Proviamo a farne l'identikit: ha la voce cattiva della gente che ha deformato Rosso in Malpelo "che aveva i capelli rossi perché era cattivo". Ha il passo cadenzato di Padron 'Ntoni, gigantesco nume tutelare della casa del nespolo e di una famiglia che era forte e compatta "come le cinque dita della mano" ma alla fine sarà rovinata dal miraggio del progresso e del far fortuna.  Ha gli occhi famelici della Lupa che ruba l'uomo alla sua stessa figlia. In tasca ha un fazzoletto di seta: unico bene della povera Nedda, o ammaliatore oggetto d'invidia al collo dell'aitante compare Turiddu. Di mestiere fa il pastore, il barcaiolo, il bandito, lo scansafatiche, il vagabondo. Ha sempre fame, per questo a volte si vende al miglior offerente. Prega spesso e se non viene ascoltato dà la colpa al destino infame. E' ignorante. Ama in silenzio. Piange in silenzio.  Parla poco, spesso facendosi forte coi proverbi popolari che nessuno osa contraddire. Quando muore è un mucchietto di stracci e ossa, deriso e presto dimenticato da tutti.

Ecco, all'improvviso, la terza fase. Ancora una volta Verga contro se stesso. tace. Solo, silenzioso, muto finisce i suoi giorni nella sua tenuta siciliana: un po' Gesualdo, un po' Mazzarò, un po' Padron 'Ntoni. Forse si è proprio stancato di veder storcere il naso a questo pubblico incolto che non vuol sapere di gente che lotta per un pezzo di pane, come quando la corte dei nobili, andando per strada, viene assalita da un branco di mocciosi assillanti e allora non resta altro da fare che voltarsi e darsela a gambe, magari dopo una sonora bastonata. Già: non c'è peggior cieco di chi non vuol vedere. E allora basta con lo scrivere. Chi sa leggere non vuol capire; chi potrebbe capire non sa leggere. Verga indossa i panni del contadino misogino e finisce i suoi giorni "appartato", senza laurea e senza titoli o premi, senza sponsor o curatori di immagine.

Passano gli anni e il critico Luigi Russo compie l'operazione-recupero: rende a Verga l'apprezzamento e l'onore che si merita. E quando noi piangiamo per Nedda, o  ci commuove l'attaccamento morboso dell'amante di Gramigna. o quando ci chiediamo ancora "cos'è il Re", forse rendiamo onore non solo ad uno scrittore, ma ad un intero popolo.

Nelle orecchie il mare verde che mugghia. Fra le mani un'ostrica. E Verga può far pace con se stesso.